La storia

LE BICI DEI MESTIERI ITALIANE ~ cosa accadeva nell'Italia del dopo guerra? Scopri come artigiani e professionisti utilizzavano bici ingegnose

LE BICI DEI MESTIERI ~ L’EPOCA EPICA
In Italia, la povertà del dopoguerra e la condizione sociale difficoltosa ha aguzzato l’ingegno (la famosa arte di arrangiarsi). Spesso non potendo permettersi un affitto per una bottega, l’artigiano trasformava la bici in “capitale fisso”. L’Arrotino, non vendeva coltelli, li affilava sul posto, come il Sarto, il Calzolaio o Ombrellaio, riparavano oggetti che le persone già possedevano, estendendone la vita utile.
È nata cosi una “epoca epica” che, come vedremo solo in Italia ha raggiunto livelli di ingegnosità rari. Nel DNA portiamo con noi questa informazione che, non dovremmo mai “hackerare” dalla attuale e futura vita tecnologica, ma una memoria da tramandare, questo DNA è da conservare.

Il legame sociale.
L’arrivo della bici in piazza era un evento che richiamava le massaie e gli abitanti tutti, diventando un momento di aggregazione e socialità nonché di pragmatico servizio. È quella interazione sociale che si sviluppa attorno ad una esigenza ma che nel mondo provoca un fascino unico e straordinario.

Ingegneria della necessità. Genesi di un’Invenzione Popolare.
La bici dei mestieri italiana era un “ibrido meccanico”. Spesso venivano aggiunti “volani d’inerzia” pesanti per mantenere costante il giro della mola nonostante l’irregolarità della pedalata. Si usavano cavalletti estremamente stabili per sollevare la ruota posteriore e trasformarla in un motore stazionario.
Oppure si strutturavano grandi portapacchi e mensole atte ad alloggiare i vari attrezzi. Tutte soluzioni che derivavano dall’ingegno singoli proprietari che recandosi da fabbri e artigiani modificavano le bici in base alle proprie esigenze professionali.
Non vi era in effetti una casa costruttrice che produceva le bici dei mestieri in serie, le bici italiane erano quasi sempre “pezzi unici”.

Ecco alcune illustrazioni.

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Solo più avanti, con la diffusione del trasporto commerciale, alcune aziende iniziarono a produrre “telai specifici per il trasporto merci” (le cosiddette bici da carico), con la ruota anteriore più piccola per abbassare il baricentro e un grande portapacchi integrato nel telaio, mentre all’estero specie nel Nord Europa si è puntato molto prima sulla standardizzazione e sui veicoli da carico (cargobikes) nati appositamente per il commercio e consegna,

Una geografia specifica ma ramificata.
Le biciclette dei mestieri sono state una presenza costante in tutta la penisola, ma la loro diffusione è stata massiccia soprattutto in Pianura Padana (Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto) e nelle Marche.
Ecco perché queste zone sono state il “cuore pulsante” di questa tradizione:

La Pianura Padana: L’officina a cielo aperto.
Questa è stata l’area d’elezione per motivi geografici e sociali: “Geografia favorevole”, la totale assenza di pendenze rendeva possibile spostarsi con biciclette cariche di pesanti macchinari (incudini, mole di pietra, forni per la farinata).
Densità di borghi rurali, c’era un’infinità di piccoli centri agricoli che non potevano sostenere un negozio fisso per ogni necessità. L’artigiano itinerante (l’arrotino veneto, lo stagnino emiliano) era la soluzione logistica perfetta. Il triangolo industriale, ossia la vicinanza alle grandi fabbriche di biciclette (come Bianchi e Legnano) permetteva un facile accesso ai telai robusti necessari per le trasformazioni.

Le Marche: Una tradizione conservata.
Curiosamente, oggi le Marche ospitano alcuni dei musei più importanti su questo tema (come il MAMB di Fabriano o il museo di Massa Fermana). Qui la cultura del “saper fare” artigiano era fortissima e la bicicletta è rimasta il simbolo di un’economia basata su piccoli laboratori che servivano le valli interne.

Trentino e Friuli: i “Poli” degli Arrotini.
Sebbene operassero in tutta Italia, moltissimi arrotini provenivano da zone specifiche come la Val Rendena (Trentino) o la Val Resia (Friuli). Questi artigiani partivano con le loro biciclette attrezzate e percorrevano centinaia di chilometri per svernare nelle grandi città come Milano, Torino o Roma, portando il loro “servizio a domicilio” in tutta Italia.

Al Sud Italia: un territorio più difficile.
Il commercio itinerante era spesso legato al carretto a mano o all’asino (per via dei terreni più accidentati), ma la presenza delle Bici dei Mestieri era comunque una realtà diffusa di quell’epoca anche in tutto il Sud. Mentre il Centro-Nord ha rappresentato l’età dell’oro della “meccanizzazione su due ruote”. È incredibile pensare che quelle strade che oggi percorriamo in auto erano solcate da barbieri, fotografi e persino pompieri che pedalavano sulla loro “azienda”.

 

Rare immagini di un Arrotino in Bici provenienti da un filmato dell’Archivio Luce dal titolo “Quando andavamo in bicicletta“. erano già gli anni ’70 a Roma, quindi non in un borgo.

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La molteplicità dei mestieri.
Il numero dei mestieri era sconfinato, se ne scoprono di inimmaginabili da eseguire attraverso una bici

Lattaio / Postino / Arrotino / Meccanico / Prete / Fotografo / Notaio / Spazzino / Stracciarolo / Carbonaio / Giornalaio / Barbiere /  Ombrellaio / Teatrino / Pompiere / Macellaio / Sarto / Calzolaio / Nocino / Avvocato / Cantastorie / Tostatore di Caffè / Sellaio /  Insegnante / Venditore di Prodotti Alimentari / Fuochista / Pittore / Restauratore / Grattachecca / Panettiere / Lustrascarpe / Pollarolo / Postino / Cinematografo / Riparatore Caldai / Cordaro / Smielatore / Speziale / Vetraio / Falegname / Farmaceutici / Pescivendolo / Distillatore / Impagliatore / Disinfestatore / Materassaio / Croccante / Castagnaro / Porta Bombole / Carbonaio / Petrolio Venditore / Cocciaro / Gelataio / Barista / Merceria / Bambolaio / Piadina Romagnola / Veterinario / Medico / Scrivano / Maniscalco… ed altri ancora!

In questa galleria una vasta panoramica delle reali Bici dei Mestieri, recuperate con dedizione in tutta Italia ed esposte nel  Museo delle Arti e dei Mestieri in Bicicletta di Fabriano (AN). Si ringrazia vivamente per la concessione di queste immagini Manuel Bianchini.

 

Lo scenario europeo.
Vi è una differenza fondamentale tra l’ingegno artigianale italiano e l’approccio industriale del Nord Europa indotto da una filosofia costruttiva molto diversa. Mentre le bici italiane erano quasi sempre “pezzi unici” adattati dal fabbro, all’estero si è puntato molto prima sulla standardizzazione e sui veicoli da carico (cargo bikes) nati appositamente per il commercio. Da qui la cultura cargo nel Nord Europa è molto radicata, basti pensare alla definizione di #cargobikenation che specie in Danimarca è ampiamente utilizzata oggi come concetto.

E da questo magazine possiamo azzardare di lanciare un tag con lo stesso spirito come #jobikenation che ne dite?

›Nord Europa, pianeggiante e più precocemente industrializzato, la bicicletta serviva a collegare il magazzino al cliente finale. Quindi sostanzialmente lo spostamento e la consegna delle merci.

›L’Italia, rurale, povera e dei piccoli borghi, la bicicletta era l’unico modo per portare la “tecnologia” (la mola, il trapano, la macchina da cucire) laddove non c’era né l’officina né l’energia elettrica, ma anche serivizi e divertimento… uno spettro incredibilmente ampio delle esigenze umane.

#1. In Olanda e Danimarca: Le “Bakfiets” e “Long John”

Nei paesi del Nord, già all’inizio del ‘900, non si cercava di adattare una bici normale, ma si costruivano veri e propri tricicli o bici da carico (Cargo Bikes).

– Le Bakfiets (Olanda): Erano tricicli con un grande cassone di legno anteriore. Venivano usati dai fornai, dai venditori di pesce o per la consegna del latte. Erano pensate per trasportare volumi enormi, più che per ospitare un’officina meccanica.

– Le Long John (Danimarca): Nate intorno agli anni ’20, avevano la ruota anteriore molto distante dal manubrio per lasciare spazio a una piattaforma di carico ribassata. Erano i “furgoncini” dell’epoca.

#2. In Germania e Inghilterra: La “Butcher’s Bike”

Nel Regno Unito e in Germania erano comunissime le “Delivering Bikes”. Avevano un telaio con un tubo frontale sdoppiato per ospitare un cesto enorme o un vassoio di metallo pubblicitario.

Alcune cargo bike del Nord Europa. Fonte immagini Wikimedia Commons. Dall’alto a sx: Bakfiets (Olanda) – Butcher (Germania) – Long Lohn (Danimarca) – Delivery (Inghilterra)

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Oggi, guardando indietro, quelle biciclette non sono solo cimeli, ma monumenti ad un’epoca in cui la scarsità di risorse veniva compensata da una creatività meccanica straordinaria e tutta italiana.

Due rare immagini di Arrotini al lavoro. A sinistra: fonte (CC), autore Tacchini Alvaro / A destra: sconosciuto

È vero che nel nord Europa l’uso della bici è iconico ma l’Italia non è da meno in quanto a cultura della bici e del suo uso, con punte di ingegneria che onestamente in altri paesi non erano presenti. Ed è anche con una certa amarezza vedere, come la “cultura della bici” oggi viene spesso vilipesa in un sistema auto-centrico che la vede come “fastidio”, quando i nostri padri e i nostri nonni la utilizzavano per la sopravvivenza. Da questo spaccato storico è emerso come la bici offre una versatilità enorme, non si limita al solo trasporto ma la sua struttura e antica tecnologia analogica può cambiare forma ed avere utilizzi vari.

La bici è una tecnologia analogica di fine ‘800 che ancora oggi svolge la stessa funzione rimanendo inalterata nel tempo.

Tornando a questo DNA, possiamo affermare che noi italiani lo abbiamo ancora insito in noi, sicuramente arrugginito e celato, ma purtroppo anche “hackerato” ma eravamo i primi  a creare lo “smart working” in bici!

Questo articolo rappresenta quella spazzola che toglie la ruggine e fa riemergere la memoria di chi siamo stati.

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Dove vederle oggi (I centri della memoria).
Se vuoi farti un’idea visiva di dove questa cultura fosse più radicata, i musei principali si trovano proprio in queste aree:

Lombardia: Museo della Scienza e della Tecnologia (Milano) e Museo del Ciclismo (Ghisallo).

Marche: Museo delle Arti e dei Mestieri in Bicicletta (Fabriano).

Emilia-Romagna: Molte collezioni private a ridosso della Via Emilia, ad esempio il  Museo degli Antichi Mestieri Ambulanti di Ro Ferrarese.

Toscana: Mostre frequenti al Museo Galileo (Firenze).